La struttura del testo

Prima di esaminare la struttura del testo, è bene dire qualcosa sull’onomastica biblica.
Passare in rassegna i nomi della Bibbia significa gettare luce sull’inafferrabile densità dell’oggetto. Ogni nome infatti dice molto ma non tutto; scegliere un nome piuttosto che un altro non è mai un’operazione innocente, visto che presuppone una precomprensione. L’importante è esserne consapevoli.
 
Il termine più comune Bibbia (dal greco tà biblìa, «i libri») già segnala il passaggio dal plurale al singolare: tramite la mediazione latina, infatti, l’originario plurale (non “libro”, ma “insieme di libri”) è diventato un singolare (la Bibbia come libro per eccellenza). Ciò ha fatto perdere, almeno nella percezione comune, l’idea che la Bibbia è, oltre che un insieme di testi, un testo dalla duplice appartenenza, ebraica e cristiana.
In ambito ebraico, più che Bibbia, si preferiscono termini più specifici:
–    miqrà («lettura») sottolinea la dimensione uditiva più che visiva del testo biblico e la sua proclamazione pubblica in sinagoga (cfr. per esempio Neemia 8,1-8);
–    sifré ha-qodésh (letteralmente «libri di santità») sottolinea la natura divinamente ispirata del testo biblico;
–    TaNaK è l’acronimo delle tre parti in cui è divisa la Bibbia ebraica: Tôrâ (primi 5 libri), Nebî’îm (profeti),Ketûbîm (scritti). Molto usato anche il termine Tôrâ she-biktav («torah scritta»).
 

Fino al II sec. d.C. in ambito cristiano (e ovviamente ebraico) non si parlava di Antico e Nuovo Testamento, ma semplicemente di Scritture (graphài). Alla fine del II sec. si imposero le formule pàlaia diathéke (antico testamento) e kàine diathéke(nuovo testamento); il greco diathéke corrisponde all’ebraico berít che significa «patto, alleanza».
 
Normalmente, e correttamente, si usa distinguere tra Bibbia ebraica (la TaNaK) e Bibbia cristiana (Antico e Nuovo Testamento). Tuttavia, anche questa terminologia non è esente da problemi, dal momento che la Bibbia cristiana comprende (e non solo sul versante dei libri, ma soprattutto sul versante interpretativo) anche quella ebraica, mentre lo stesso non si può dire per quest’ultima. La Bibbia ebraica (TaNaK) è anche cristiana (Antico Testamento), mentre la Bibbia cristiana (Antico e Nuovo Testamento) non può essere anche ebraica.
Ormai decaduto (anche se qualcuno lo usa ancora) l’aggettivo Vecchio, in ambito cristiano si utilizzano le forme Antico Testamento e Nuovo Testamento. In tempi recenti, sta prendendo piede, al posto di Antico, la definizione Primo Testamento, a sottolineare il suo carattere fondativo e il suo primato cronologico. Il problema è che, per logica, si dovrebbe parlare di Secondo Testamento, cosa che risulterebbe piuttosto curiosa.
 

Sempre in ambito cristiano bisogna anche sottolineare che esistono tre Bibbie: quella cattolica, quella ortodossa e quella protestante. Non si tratta ovviamente di tre libri diversi, ma (come vedremo) di tre diverse disposizioni dei vari libri (quindi sarebbe più corretto parlare di canone cattolico, canone ortodosso, canone protestante).

Tenendo quindi conto dei problemi legati alla terminologia, sarebbe bene usare la definizione di TaNaK (o Bibbia ebraica) quando ci si riferisce ai libri biblici letti, interpretati e proclamati all’interno dell’ebraismo, e la definizione di Bibbia cristiana (insieme di Antico/Primo e Nuovo Testamento) quando ci si riferisce ai libri letti, interpretati e proclamati all’interno del cristianesimo (al di là delle differenze confessionali). 
 

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