L'alfabetizzazione della Bibbia

di Domenico Maselli
 
Riportiamo il testo del suo intervento alla tavola rotonda Bibbia, casa comune? Vicenza, Festival Biblico 31 maggio 2008.

 

 
La Bibbia ebraica e quella cristiana sono state fondamentali per la fondazione e la crescita del cristianesimo nell’età antica.
Il Secondo Testamento è pieno di citazioni del Primo; dopo il concilio di Nicea (325) gli scritti dei Padri della chiesa greca e di quella latina sono ricalcati sui testi della Bibbia ebraica e di quella cristiana, sia analizzati nel loro significato esplicito che interpretati in modo allegorico.
La stessa esistenza di varie traduzioni bibliche dall’ebraico e dal greco in siriaco, copto, etiopico e latino e infine la monumentale Vulgata di San Gerolamo provano la diffusione capillare del testo biblico nelle lingue vive.
La seconda evangelizzazione della Gran Bretagna da parte dei monaci irlandesi o della missione romana di Sant’Agostino da Tarso e quelle dei Germani e degli Slavi, avvengono ancora in nome della Bibbia, malgrado la scarsa conoscenza della scrittura tra popolazioni ancora barbare.
Alla fine del primo millennio, vi fu un’evoluzione in senso filosofico e giuridico per cui, più che il testo sacro diventarono importanti le glosse e la predicazione fu monopolio dei vescovi e di alcuni tipi di monaci.
La grande svolta avvenne alla metà del secolo XII con la predicazione di San Bernardo da Chiaravalle che metteva in luce il ruolo di Maria di Nazareth, considerata la madre dei credenti, in quanto donna normale che aveva accettato la proposta fattale da Dio e che quindi, per virtù divina, aveva generato l’uomo nuovo, Gesù. Di qui nasceva la necessità, per tutti gli esseri umani, di imitare Maria e far nascere in loro l’uomo nuovo spirituale.
Contemporaneamente, la crisi della Chiesa, ricca e potente, fu caratterizzata da episodi di corruzione, simonia, nepotismo e favorì la diffusione dell’eresia dualistica catara. Scoppiò anche una drammatica crisi sociale con una massa di disperati immigrati nelle città alla
ricerca di un lavoro e ridotti in miseria dalle lotte cittadine e dalle frequenti carestie. In questo contesto, alcuni cristiani avevano riscoperto i testi evangelici e presentato il valore rivoluzionario della figura di Gesù.
Si trattava di leggere l’Evangelio sine glossa e di seguire nudi Cristo nudo. Ben a ragione, Lotario dei Conti di Segni si era reso conto, prima ancora di diventare papa con il nome di Innocenzo III, che la vita e la predicazione di Valdesio di Lione potevano essere il principale antidoto alla diffusione del catarismo. Perciò, una volta papa, egli aveva accettato la visione di Francesco d’Assisi che portò con sé una nuova ‘alfabetizzazione biblica’ necessaria per poter consentire l’imitazione di Cristo e l’attuarsi di una vita comunitaria.
Nello stesso tempo la riflessione teologica e mistica di Gioacchino da Fiore, con la sua visione apocalittica e con la meditazione dei testi storici e profetici del Primo Testamento, proiettava nel futuro una nuova età dell’oro.
Risuscitò così quella tensione escatologica che aveva caratterizzato il cristianesimo delle origini. La prima letteratura nel volgare italiano avrà questa duplice impronta. Giacomino da Verona, Bovesin da la Riva, tenteranno di far rivivere le antiche profezie e, sulla scia dello stesso Francesco, le Laudi riprenderanno, talora verbatim, i salmi ebraici e
brani evangelici. Non si trattava solo di utilizzare testi biblici nelle lezioni e nei nuovi libri escatologici come la Postilla in Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi.
Si tradussero in volgare i Vangeli di cui abbiamo trovato vari esemplari e ci è tramandata notizia che il domenicano spirituale Jacopo da Varazze, vescovo di Genova, aveva radotto tutta la Bibbia in volgare al principio del secolo XIV.
È opportuno riassumere qui, quanto si è potuto trovare dei più antichi testi tradotti in italiano. Ad esempio, il Codice 7733 della Biblioteca Vaticana, contiene alcuni testi biblici risalenti al Duecento in volgare fiorentino con alcuni elementi di provenienza senese. Sono il Cantico dei Cantici che è, in assoluto, la più antica versione italiana di un libro
biblico, le Epistole Cattoliche, quella ai Romani, il Vangelo di Giovanni, l’Apocalisse e il Libro degli Atti. Il Vangelo di Giovanni è stato edito recentemente dal dottor Mario Cignoni della Società Biblica.
Ernesto Bonaiuti vede, nel sec. XIII una dicotomia tra la tendenza filosofica sistematrice che ha il suo vertice in San Tomaso d’Aquino e quella popolare biblica di cui abbiamo parlato.
Quando Agnese Cini mi ha comunicato il titolo di questa conversazione, ho subito associato la Divina Commedia dell’Alighieri, alla più alta forma di alfabetizzazione della Sacra Scrittura. Uso il termine ‘alfabetizzazione’ nel suo significato di: trasmissione a livello popolare di opere di valore culturale assoluto.
Più volte nel corso degli ultimi secoli si è cercato di analizzare quali e quanti episodi biblici fossero contenuti nella Divina Commedia e si può oggi affermare con sicurezza che tutti i libri della Bibbia vi sono citati, ma non solo citati, perché Dante con grande disinvoltura affianca ad essi episodi del mondo classico greco romano, racconti mitologici e fatti della storia medioevale fino ai suoi giorni, con un linguaggio che i suoi contemporanei potevano agilmente comprendere molto più di quanto non avvenga oggi nelle nostre scuole. E nel mondo dantesco troviamo quell’intreccio di eventi e di pensieri che costituisce l’autentico fondamento della nostra cultura.
La Bibbia, attraverso Francesco, Dante, l’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis, la letteratura valdese in lingua provenzale come la Noble Leiçon, è entrata così nelle conoscenze del popolo in due secoli come il XIII e XIV in cui il nostro paese era periodicamente attraversato da masse di pellegrini che sognavano un nuovo mondo.
La lettura di Dante, fatta dal Boccaccio, la ripetizione a memoria delle terzine dantesche, da parte anche di uomini del popolo, favoriranno questo clima e contribuiranno, da un lato alle grandi esperienze religiose del Trecento e, dall’altro al Tumulto dei Ciompi ed a quello dei Lollardi in Inghilterra, oltre alla nascita dei cenacoli pre-umanistici nella Firenze del tardo Trecento ed alla grande Scuola Francescana di Oxford che aveva nella Bibbia una delle grandi ispiratrici. Si avvicinava la stagione degli scismi e della traduzione della Bibbia in volgare di Wycliffe e di Huss.
Nel Quattrocento si ebbero le prime Bibbie a stampa; nel 1471 apparve a Venezia la traduzione italiana di Niccolò Malermì di cui si ebbero ben undici edizioni fino al 1494, oltre ad un’altra versione il cui traduttore è ignoto. Queste edizioni volgari in Italia, dove le persone colte potevano leggere le traduzioni latine nel testo della Vulgata mentre la gran maggioranza della popolazione era analfabeta, testimoniano che la diffusione dei testi biblici tra la popolazione, già vista nel Duecento e Trecento, continuava ancora nel secolo successivo.

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